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ARTE E LUSSURIA AL TEMPO DI GENTILESCHI. IL CASO

ARTE E LUSSURIA AL TEMPO DI GENTILESCHI. IL CASO

ARTE E LUSSURIA AL TEMPO DI GENTILESCHI. IL CASO 

ARTE E LUSSURIA AL TEMPO DI GENTILESCHI. IL CASO. Quel giorno fuggì sulla spiaggia piangendo, i panni strappati, i graffi della collutazione sul corpo, violata nella natura e nella mente, ingannata dall’uomo che lei ammirava, dall’artista che le stava insegnando i segreti del disegno, la magia del lapis che inventa le forme, le crea da nulla e dona loro il miracolo della terza dimensione su una superficie piana. 

Artemisia piangeva e rotolava nella sabbia, disperata per essere stata posseduta con la forza e contro la sua volontà, da Agostino Tassi, il suo maestro.

Pensava al padre Orazio, che tanto si oppose al suo alunnato presso il perugino, pensò alla sua vita disgregata, sapeva già che il Tassi non l’avrebbe sposata, non avrebbe riparato alla deflorazione.

Vide trascorrere la sua breve e tormentata vita davanti come un film, tragico, drammatico, senza aver la cognizione di quello a cui, tuttavia, sarebbe andata incontro.

E un film è stato girato sulla sua biografia, da cui ne esce un profilo di eroina romantica.

Una pellicola che interpreta le passioni giovanili di un’artista di razza in chiave erotica, quello che fu, certo, una rapporto passionale e amoroso instaurato tra maestro ed allieva, un’attrazione imperniata sull’ammirazione miscelata alle pulsioni di una giovane intraprendente, indipendente ed assai emancipata per i tempi che essa intersecò.

Una donna in avanti nel tempo fu certo Artemisia, carattere forgiato tra i colori, i pennelli e il nomadismo di Orazio.

Una donna paragonabile a tante donne di oggi, stuprate, picchiate selvaggiamente, straziate e assassinate. 

Donna come Valvola di Sfogo

Una donna trattata come una valvola di sfogo dei più bassi istinti animaleschi del genere uomo (se così si può definire), usate selvaggiamente senza alcuna remora per l’età, spesso acerba, le conseguenze psicologiche pesanti, segni e traumi incancellabili che si trascinano per un’intera esistenza, spettri che si agitano nella psiche resa fragile.

Artemisia dovette affrontare un iter processuale penoso, tragico per una donna dell’epoca.

Orazio denunciò, nonostante le renitenze della figlia, Agostino Tassi per lo stupro, ma il maestro, oltre ad essere sposato, intratteneva rapporti con la cognata e certamente non fu in grado di riparare alla violenza.

Il processo intentato al Tassi si trasformò in un procedimento contro Artemisia, essa venne brutalmente interrogata, spogliata, torturata, inquisita e dagli atti risulta che dichiarò :

« Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne ».

Donna Violentata

Quante analogie con molte donne violentate che, soprattutto negli anni che vanno dai Cinquanta agli Ottanta.

Ma ancora oggi, quando trovano il coraggio di sporgere denuncia e non incontrano un tutore dell’ordine donna, ma un uomo pieno di pregiudizi, impreparato, vanno incontro a un rovesciamento dei ruoli infamante, da vittime passano a vestire i panni del colpevole, derise, incomprese, non credute.

Perché per forza devono aver loro adescato, lanciato una provocazione, secondo il tortuoso pensiero intriso di maschilismo. Spesso lo stupratore se la cava con lievi pene, assilla la vittima, diviene un carnefice implacabile, e la sua persecuzione sfocia persino nell’omicidio o in una nuova violenza.

Le vittime senza adeguati supporti psicologici possono patire tormenti neurologici irreversibili.

La Pittura

Senza tali ausili, Artemisia trovò il conforto nella pittura.

Delusa nei sentimenti, ferita nel fisico, scaricò le sue brame di vendetta nei dipinti.

Così nacquero capolavori quali Giuditta recide la testa di Oloferne della Galleria degli Uffizi; nel quale la compiaciuta ferocia con cui la protagonista svelle il capo del nemico, è una chiara trasposizione dei propri sentimenti.

La possibilità di liberare l’inconscio da oscuri e brutali pensieri, affondare idealmente le mani nel sangue di chi l’aveva trafitta nel corpo e nell’animo. Del trauma trascinato nel tempo ne dà testimonianza anche la Susanna e i vecchioni, in cui Susanna-Artemisia si ritrae terrorizzata dalle avances dei due uomini. Così Artemisia placò le sue ire, sfogò i suoi sentimenti, così la grande donna avanti nel tempo, riuscì a vivere in pace con sé e con la sua essenza, la sua arte.

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