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La Lussuria ai tempi di “Eyes Wide Shut”

La Lussuria ai tempi di “Eyes Wide Shut”

La Lussuria ai tempi di “Eyes Wide Shut”. Nel suo ultimo, tormentato, film il maestro della perversione si spinge oltre al semplice sguardo indiscreto in una camera da letto.

Eppure ogni suo lavoro è stato sempre pervaso dall’ossessiva ricerca del piacere e della lussuria. Evocato o mostrato crudamente, il sesso per Kubrick è l’oneroso dovere e il dolce tormento di ogni suo protagonista.

   “C’è una sola cosa che dobbiamo fare adesso: scopare”.

Nicole Kidman in Eyes Wide Shut (1999)

 

 

Si stenta, a fine proiezione, nel credere che Eyes Wide Shut (1999) sia il commiato di un grande maestro.

Si fa fatica perché quel perverso rapporto domestico tra i due protagonisti, Tom Cruise e Nicole Kidman, ci viene presentato in mille sfaccettature sottoforma di arcano mistero, di conflitto quasi mistico.

Eppure tutto si svolge, oseremo dire, semplicemente analizzando una giovane coppia di sposi, i loro problemi con la società e la necessità di tenere sempre viva la pulsione sessuale che, irrimediabilmente, li spinge l’uno verso l’altra e che sembra essere il cardine stesso dell’unione familiare.

Non sembra il Doppio Sogno (Traumnovelle) di Arthur Schnitzler, piuttosto uno strano thriller erotico nobilitato da una profonda lettura e interpretazione dei saggi dell’eretico psicanalista austriaco Wilhelm Reich (1817 – 1957).

Ovvero il grande mistero de La Rivoluzione Sessuale applicata finemente al cinema, rappresentata senza pudore alcuno su celluloide. 

Eyes Wide Shut è soprattutto un lungo e poderoso carme sulla lussuria, sull’orgia e sulla liberazione dai tabù a favore delle gioie del sesso sfrenato.

Una variegata galleria di connubi e morte in cui si insinua lo spettro ambiguo della necrofilia e della malattia. Se un mistero si cela tra i fotogrammi di questo film è sicuramente quello del piacere non legato al sentimento.

Così che i protagonisti, le comparse e le vittime del film di Kubrick, siano tutte sospese in una sorta di tempo zero, schiavi dei loro istinti.

Come se il mondo, la loro mente e il loro io, sia dominato da ciò che gli pulsa nel basso ventre, da ciò che desiderano ardentemente penetrare o accogliere.

Il tutto cerca di risolversi quando Tom Cruise finalmente è stanco di girare in una notturna New York a caccia di orge.

Il Talamo Nuziale

Quando finalmente rispunta il sole e decide di ritornare nel talamo nuziale a fare il marito e il padre, forse negando la sua più sincera ed animalesca umanità a favore del suo ruolo nella società, a quello che la morale gli permette e in cui, noiosamente, lo relega.

Non c’è lussuria tra marito e moglie, perché non c’è libertà, non c’è trasgressione. I due corpi si conoscono in ogni minimo dettaglio e si amano così, quasi fosse un dovere costituzionale, senza lasciarsi andare allo sperimentalismo.

Sazi delle loro reciproche voglie, assolutamente innaturali nello svolgimento dell’atto. In Eyes Wide Shut Kubrick si diverte a far perdere di vista la coppia per poi farla rincontrare a monte di tanta vana ricerca di piacere sessuale.

L’accoppiamento e la libidine come vera e propria medicina verso i mali che ci circondano, contro l’alta borghesia nella quale si agitano i protagonisti, come atto di liberazione e soprattutto di avvicinamento all’archetipo umano (l’essere più vicino a Dio?).

E’ questo l’iter in cui ci trasporta la pellicola, in cui interviene il pensiero di Reich più forte della mitologia di Freud e del misticismo di Jung.

Finalmente il sesso mostrato nei dettagli in donne prosperose, vicine alle veneri di Russ Meyer ma lontane dalle efebiche principessine da passerella.

I loro corpi hanno una solidità e uno consistenza così vera che ci pare quasi di poter odorare i peli pubici del loro sesso, di poter sfiorare le aureole rosee dei loro turgidi capezzoli.

Anche quando sono distesi sul tavolo di un obitorio col corpo rigido e freddo illuminato dai neon, anche quando appartengono ad una malandata prostituta.

Kubrick ci guida per mano in un inferno che dovrebbe essere la gioia.

Con somma maestria ci mostra il suo personale impero dei sensi in cui irrompe perentoria la morte, il cui alito è l’odore dei sessi dei protagonisti e le cui lacrime sono gli umori.

Lolita – La Passione

Andando a ritroso nel cinema del maestro, come non si può ricordare l’iconoclasta messa in scena di quella Lolita (1962) da nome sensuale e tragico, in cui tutto è evocato eppur terribile.

In cui Sue Lyon aveva tredici anni eppure già inseguiva ciò che era più grande di lei, la passione e la pertinacia di un uomo di mezza età capace di assicurargli sentimenti forti e di far sentire grande anche lei.

Eppure Lolita è la ninfetta che darà gioia ma condurrà anche alla morte, all’inaccettabile legge del delitto e castigo in grado di arrivare anche ai peccatori più spensierati.

Il vecchio bianco e nero di Kubrick non è un omaggio alla pedofilia raccontata da Nabokov, è piuttosto (dato l’amaro finale) una ballata sul taglio del coltello della cosiddetta normalità.

L’elegia di un corpo acerbo desideroso di sbocciare, l’incarnazione più sincera del famoso aforisma di Edward Dahlberg che vuole il massimo desiderio sessuale dell’uomo incarnato in una vergine con l’esperienza di una puttana. 

Lolita è tutto questo, ma è anche il gioco delle parti di un uomo reso folle dalla passione, risucchiato nel gorgo del sesso come l’ultimo dei reietti.

Si trasformerà in erinni, in vendetta, quando pistola alla mano si renderà conto che il suo sogno si è infranto. E’ la vittoria della normalità ma anche la fine infausta del desiderio.

Il Sesso Del Futuro

    Il sesso del futuro per Kubrick potrebbe essere lo stupro?

Potrebbe essere qualcosa da consumare in gruppo frugalmente e indipendentemente dai presupposti e dalle conseguenze? 

Arancia Meccanica (1971) sembra essere il quadro allucinato di una nuova sessualità animalesca inseguita, nottetempo, da Alex e i suoi drughi nelle loro scorribande dove ogni tanto si sente pesante il bisogno di una dose di dolce su e giù.

Il loro modo di concepire la lussuria è alienato, reso perverso da quella festa mobile che al calar delle tenebre li vede unici e sfrenati protagonisti.

Alex è l’esempio di una psiche aurorale, una psiche del futuro in cui si sperimentano le forme più ossessive di una morbosa fantasia sessuale e dove tutti i valori della civiltà sono pericolosamente sovvertiti.

Più che ad Anthony Burgess siamo ancorati al porto dei santi* di William S. Burroughs.

Non inseguiamo la realizzazione attraverso l’atto sessuale, ma la semplice espletazione di un sordido bisogno, la lussuria è vista come un urgente necessità corporale: come l’urinare o il defecare.

Non c’è ritualità ne partecipazione. Tutto viene consumato in fretta sotto gli occhi della vittima.

Come lo stupro di massa della compagna dello scrittore che resta una delle scene più significative del film, in cui si mescolano amabilmente grottesco, pornografia e violenza.

E’ questa la miscela offertaci da Stanley Kubrick, la non medicina che conduce al delirio e alla perdizione.

L’amore per Kubrick è un accidente, il sesso è ciò che conta con quel suo inseguirsi e consumarsi talmente simbolico da assurgere ad una forma d’arte figurativa. Il sesso visto come cannibalismo e la lussuria vista come fame, sono questi i temi scottanti di uno dei maggiori cineasti di sempre.

Forse genio maledetto, forse sopravvalutato illusionista, ma sicuramente debitore nei confronti dell’estetica e della componente metacinematografica di certi porno, e certamente grande masturbatore come tutte le menti eccelse ma perverse.

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